regia, pedagogia
Nel 1982 ho diretto il mio primo spettacolo. Ho cominciato a insegnare quasi da subito ma, per molto tempo, più come regista prestato all'insegnamento che come pedagogo in senso stretto. Nel 1992 ho utilizzato per la prima volta la pedagogia come procedimento di messa in scena. Ho scoperto cioè che era possibile realizzare uno spettacolo senza un lavoro preventivo di impostazione e di montaggio, ma solo attraverso l'attivazione di processi creativi che facessero esplicito riferimento a modelli formali di composizione estemporanea definiti in prova.
Da quel momento regia e pedagogia si sono intrecciate nel mio lavoro teatrale in un processo indivisibile: dopo aver tenuto lezioni da regista, ho cominciato a fare spettacoli da pedagogo.
modelli e procedimenti
Nella realizzazione di spettacoli ho sperimentato spesso la pedagogia sia in forma di "studio" (e cioè focalizzando il lavoro su un'ipotesi di ricerca) che di "laboratorio" (e cioè facendo nascere le istanze teatrali di dramma e messa in scena all'interno di un gruppo dato) che di "bottega" (coinvolgendo in un lavoro di ensemble artisti diversi con una attività quasi decennale di eventi collettivi in forma di happening e mise en espace).
Il polo più importante di questa fase è stata la Compagnia del Teatro dell'Argine e l'ITC Teatro di Bologna, da me diretti dalla fondazione fino al 2000, anno in cui, tornando a Roma, è cominciato il mio impegno, quasi esclusivo, per l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica.
Progettavo e dirigevo, qui, programmi di ricerca sia nel campo della recitazione per allievi diplomati, che in quello del teatro laboratorio per allievi non attori, che in quello di una didattica di base per aspiranti attori. In meno di due anni a questi progetti si è affiancato un corso istituzionale, un biennio specialistico in Pedagogia teatrale, il primo in Italia, di cui sono stato per sei anni il coordinatore.
Nel 2002 ho tenuto, così, le mie prime lezioni istituzionali di arte drammatica. Considero questo un lavoro specifico rispetto ai precedenti, che invece tendono, com'è naturale, a mescolarsi: regista, pedagogo, dramaturg… Con gli studenti sento l'obbligo di "creare un oggetto" di cui essi possano impadronirsi per poi far da soli. È più un trasmettere, che un dirigere o un condurre: è un altro modo di condividere, che deve vedere il docente necessariamente più ai margini.
chi sono stati i miei maestri
Le prime didattiche da me messe in pratica sono legate ai saperi della regia critica e alla centralità del testo drammatico. Esse mi derivavano dall'esperienza di studio nella stessa Accademia, dove nei primi anni ottanta ero stato allievo, tra gli altri, di Aldo Trionfo, Luca Ronconi, Andrea Camilleri, Elena Povoledo, Marisa Fabbri, Angelo Corti e Lorenzo Salveti, per citare le figure di riferimento per me più importanti.
come ho insegnato negli anni
A partire dai primi anni novanta ho elaborato una pedagogia di tipo compositivo, legata allo spazio, alla durata e al movimento, e di allenamento attraverso ripetizione, variazione e differenza. Mi interrogavo sulla possibilità di un'inversione: partire dall'attore per arrivare alla composizione e non dal testo per arrivare all’attore, come mi avevano insegnato.
In una fase successiva ho creato dei procedimenti peculiari di teatro laboratorio e di drammaturgia sperimentale, un training di avvio e una didattica d'equipe senza discipline separate. Ho condotto una ricerca sulla composizione estemporanea e sul flusso creativo applicato sia alla creazione di performance improvvisate che alla esecuzione esatta di testi di repertorio. Inoltre, per la formazione di insegnanti di scuole elementari, medie e superiori, ho lavorato sulla possibilità di integrare i saperi della pedagogia teatrale con gli obiettivi formativi propri del curriculum scolastico.
La fase più recente della mia pedagogia ha per oggetto l'azione poetica incentrata sul processo orale nella sua dimensione testimoniale, esecutiva e compositiva insieme.
chi sono stati i miei allievi
Non li nomino, come di solito usa: del loro successo o della loro notorietà i meriti non mi appartengono. Ma tutti saranno ospiti, se lo desiderano, su questo sito. Qui dico solo che negli anni destinatari delle mie lezioni sono stati attori, registi, pedagoghi, drammaturghi, educatori, registi e cantanti d'opera, studenti universitari, insegnanti e alunni delle scuole. Ho insegnato recitazione, regia, drammaturgia, pedagogia, didattica, teatro laboratorio, lettura del testo poetico, recitazione in versi.
produzione pubblicazione
Parlando del mio lavoro teatrale in senso stretto, che mi impegna ininterrottamente dal 1982, ho diradato sempre più negli anni l'attività di metteur en scène, senza mai interromperla davvero, ma innervandola magari di quei procedimenti via via elaborati in sede pedagogica. Si trattava, anche, di reagire a una tendenza generale del teatro che faceva sempre più a meno sia della regia, e cioè di una responsabilità ideologica e di pensiero sullo spettacolo, che del regista, e cioè di un direttore competente che garantisca un buon funzionamento dell'insieme: una tendenziale semplificazione dei modelli di spettacolo e degli schemi di messa in scena e un simmetrico appiattimento della fruizione sul consumo, ha saputo rendere abbastanza inutili sia l'una e che l'altro.
Ancora mi interrogo, quando dirigo spettacoli da scritturato, quanto la dinamica prescrittiva del lavoro di metteur en scène non inibisca l’autonomia dell'attore, e quanto la fisiologica predisposizione di questi alla passività, se scritturato, non determini una inutile fatica aggiuntiva nel tentativo di attivarne quei processi creativi che in altri contesti sarebbero ben più agevoli.
Diverse ovviamente le cose quando, oltre che regista, sono anche producer del mio spettacolo: ma a bilanciare una maggiore libertà nelle scelte viene meno un virtuoso confronto tra artista e committenza - causa di tanti idioletti artistici fuori d'ogni realtà - da risarcire con un ulteriore lavoro "ideologico" sulle ragioni della pubblicazione.
È un aspetto, questo della pubblicazione, che viene in primo piano con un'ultima funzione, quella di dramaturg, e cioè "direttore artistico" di programmi ed eventi, attività che mi ha impegnato più intensamente soprattutto tra 1993 e 2006. Con essa ho cercato di lavorare con costanza sul principio del cimento (artisti al debutto, modelli sperimentali, contenuti inediti, segnalazione di attività poco note e separate) e sulle possibili tangenze tra i diversi livelli e forme della fruizione: intreccio e sovrapposizione, in modi e fasi distinte, di studio, ricerca, divulgazione, servizi, formazione e ritmo festivo dell'evento.
Questo aspetto del mio lavoro è stato in realtà come una proiezione pubblica del lavoro pedagogico che, in campo artistico, necessita di un "sistole/diastole", un raccogliere/dare, di chiusura e di apertura, in costante alternanza.
le cose che mi piacciono
Resta da
dire - in tutti gli ambiti e con tutti i ruoli - della mia predilezione per gli
autori italiani e per la tradizione italiana orale, della frequente
sollecitazione a produrre drammaturgie inedite commissionate, di un piacere
particolare a realizzare spettacoli "esatti" da testi del grande repertorio
ogni volta che è possibile, di una ritornante curiosità a rivelare possibilità
drammaturgiche in ambiti extra teatrali, di una assidua sperimentazione verso
una drammaturgia degli spazi che metta in crisi e renda problematica la
frontalità e, in ultimo, di una scommessa sempre più azzardata in direzione
dell'alea per spettacoli senza indicazioni, senza montaggio, in pura jam
session.
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