(commenti al sito)
un commento, un’opinione
(11/10/11)
Date un'occhiata, leggete, segnalatelo ad altri.
Sono graditi, e molto, un commento un'opinione un suggerimento...
Vi ringrazio tutti,
s.c.
mi piace, non mi piace
(il giorno stesso)
Carlo Guardascione ti ha scritto:
LO TROVO STRAORDINARIAMENTE BELLO E MOLTO "AVANTI". SE LO AVESSE VISTO STEVE JOBS TI AVREBBE DATO UN PREMIO PER QUANTO E' STYLISH QUESTO SITO!!!! MA ... CHI TE LO HA FATTO? E POI ... QUANDO VIENI QUI IN CITTA'? BRAVISSIMO!!!!! LO SEGNALERO', ECCOME SE LO SEGNALERO'!!!!! UN ABBRACCIO E ... FATTI VIVO QUANDO SEI QUI!!!! :-)
(due ore dopo…)
QUEL "DA CAPO" E' GGEENNIIAALLEE!!
Magari faccio una composizione dei commenti e li pubblico, tu sei il primo.
UÈÈÈÈÈÈÈÈÈÈ!!!!!!!!!!!!!!! MA NON TI INFORMATIZZARE TROPPO!!!!!!!!! :-)
era previsto e tu sei imbattibile quanto a "colore locale" da web...
(due giorni dopo…)
MI FA IMPAZZIRE QUESTO SITO! È TROPPO BELLO IL LINGUAGGIO! BRAVISSIMO!
caro Sasà, nella tua teatrografia hai dimenticato "Tutte le donne del viaggiatore” ed anche "Eppure è così semplice da dire", come hai potuto? Sentendomi io in quelle particolari situazioni DIMENTICATA, e di conseguenza anche molto offesa, vorrei dirti: "mi astengo al momento da qualsiasi commento sul sito", ma siccome i contenuti in esso contenuti (non si dice lo so) mi sono piaciuti molto, così come mi ha affascinato la semplicità della forma, nessuna ricerca del bello per il bello, l'essenzialità allo stato puro, portatrice di verità che non tradisce, mi sono trovata, mio malgrado costretta a portarti la mia modesta ma preziosa opinione. Per i suggerimenti, al momento è dura, cosa mai potrei dire io di più o meglio di te, quindi al momento, mi prendo la libertà di prendermi un pò di tempo, caro Sasà (Lorenza)
Ue'! Guaglio'! E che' re' 'sto sito gueb-be weeeee!?!?!!! (= WEB) Co' 'e culure 'e Pulecene'? [=bianco + (vedi Nota*)] Bbuooon'!!!!! Me piac'!!!!!!! (=ho apprezzato) E cche bbell' 'o Teatr'.... Compliment' a' 'o Regista e... 'mmocca a' 'o Vesuvijo! :-) :-) :-)
Nota*: Napule è mille culure: 'o bianco e 'o nivur' (Anonimo)
Considerando che viviamo nell'era dell'immagine... Un po' svizzero per un napoletano... emigrante? Dopo lo studio orale cercavo l'altro studio, ma era una altro tipo di sito! Non male, è comunque una presenza e ci illudiamo tutti che servano a qualcosa, anche se non ho mai avuto riscontri. La possibile pesantezza di un luogo di sole parole scritte è comunque mitigata dalla leggerezza estetica. Forse un po' freddo ma la teoria raramente ha una temperatura emotiva. (Oscar Vitale)
Un luogo di sole parole scritte (avevo scritto logo...), può essere un luogo di sole?
Ci ho dedicato cinque minuti soli per adesso. E ti dico subito che, per me, la pagina "leggi" dovrebbe essere la home. Se vai subito su "entra" ti chiedi che cosa siano "studio orale" e "zona flessibile". Anche andare nelle rispettive pagine non ti fa capire con chiarezza di che cosa si tratta, a meno che tu non sia già passato da "leggi". E allora tanto vale... Quanto alla grafica, più pulita di così non poteva essere. Mi sembra un bel lavoro. (Stanis Porzio)
In un "ipertesto" non c'è mai un prima e un dopo, e poi mi piaceva l'apertura icastica con quella specie di "ora et labora" che è LEGGI/SCRIVI/ENTRA tutto nel bianco.
bravo professò! un plauso per l'impaginazione: semplice, essenziale ed efficace. E sintetica. Direi che raggiunge pienamente il suo obbiettivo comunicativo. A presto e un abbraccio, Basilio
Caro Sasà secondo me puoi fare di meglio. Hai mai visto Joomlia? È un sito per pagine personali che ti aiuta a dargli una veste grafica. Eviterei rimandi ad altre pagine se il messaggio è breve. La gente non vuole aspettare tempo per caricare una pagina. Mettici qualche immagine senza movimento. Ne riparliamo a voce. Un abbraccio, Luciano
che bello Salvatore avere tue notizie!! il sito è ESSENZIALE ED EFFICACE, comunica già bene e con pochissimo il tuo splendido messaggio, Giada
Continua a mandare tue notizie: ho previsto uno spazio dove parlare anche del lavoro di colleghi.
Molto interessante, grazie di averne condiviso l'uscita e grazie ancora del percorso che hai fatto con i nostri, Micaela
Grazie a voi, sarà oggetto di aggiornamenti non "istantanei", ma un pò meditati, magari frutto di scambi di pensiero da rendere pubblici "a bocce ferme"...
ahaha ciao! ma che bella novità! uno stile un po' scarno, ma efficace! Con tanto affetto, Luca
Sì, lo stile fa molto discutere, vorrei anche che i contenuti fossero occasione di reazioni, anche perchè non dico cose troppo "pacifiche"…
Come vedo stai definitivamente aprendo le porte al mondo della tecnologia. Bravo. Suggerimenti: 1. Prezzi e luoghi; 2. Una tua foto; 3. Magari una photo gallery... è troppo spoglio Sasà! Poi ci tengo a dirti che io provo fastidio anche quando guardo un cantante o un ballerino "di livello non più che onesto". Detto ciò, tu come stai? Io sono 10 giorni che mi confronto con la grande madre Russia e ti dirò che la mia intelligenza corporea (così mi avevi detto una volta mentre lavoravo con Enrico) non si trova proprio a suo agio. Ti bacio e ti abbraccio forte, Ilaria
Lo so è spoglio, più che un sito sembra una provocazione, ma è solo un luogo di parole che mi riguardano, spero poche e poco pesanti, e in ogni caso è nato per trasformarsi a partire da un bianco, magari con delle foto, le ho già previste ma ho molte perplessità, gente del mestiere lo ha trovato bellissimo (?) e dice che con le foto forse rovino tutto meglio lasciarlo così, staremo a vedere il dibattito è aperto, prezzi e luoghi, qui credo che tu abbia ragione, è detto solo che i corsi si tengono a Roma con costi molto accessibili ma forse non basta, comunque il sito è laterale al fatto pubblicitario che dovrebbe avvenire in altro modo, cantare ballare, io so che può essere piacevole senza bisogno di callas e nureiev, ma recitare, o è carmelo bene o è uno schifo, e allora il teatro È NOIOSO PER NATURA o siamo del tutto fuori strada il re è nudo e bisogna cercare altro?, su questo mi interrogo, su questo lavoro, tu Chiara e Magalì con “Trio da riunione di famiglia” eravate fantastiche, ed eravate tre bambine inesperte non Carmelo Bene, e quell'anno Shanna, Marta, Rossella, Lucia, Ignazio e Marco con “Canto d’amore di Oreste” erano fantastici, ed erano debuttanti assoluti alle prese con Euripide, tanto per gradire, è possibile, io lo so, quanto alla tecnologia sono sempre stato favorevole anche se non sembra, è il conformismo che non sopporto e con gli anni divento sempre più intollerante, ma che ci fai in Russia?, lunga vita all'intelligenza corporea…
Ottima l'idea di questo sito Sasà, i contenuti nostalgicamente conquistano la mia anima. L'unica critica che mi sento di fare è riguardo alla forma, per quanto io ami la semplicità questa pagina mi sembra molto bianca :-) Un altro consiglio è di aggiungere qualche immagine, foto, logo, icone. Infine mi sono un pò confusa con le voci e sottovoci del menu, cioè alla differenza di colore rosso/grigio aggiungerei anche una differenza di grandezza e forse anche di spazio o decentramento delle sottovoci, giusto per una maggiore immediatezza. Un abbraccio, Marialba
Quella delle mancate immagini, l'avrai capito, è stata una scelta. Un sito fatto di sole parole era preferibile a un sito fatto "soprattutto" di parole. Non è un sito "rigido", quindi si trasformerà, e quindi qualche immagine potrebbe comparire, vedremo, non sei la sola che lo consiglia, ma qualcuno m'ha detto, per carità niente immagini, rovini tutto, lascialo così, è nuovo, è avanti (?)... Insomma preferisco cominciare da un foglio bianco. E puntando sulle parole, "nero su bianco". Si legge con meno fatica. Il rischio delle parole, in genere, è che siano pesanti, e vorrei fare una cosa leggera, più vuota che piena. Vuoto e pieno... Ti ricordi i miei training? Ci si confonde nel labirinto delle possibilità, ci si perde, e se succede, è meglio. Filosofia da training applicata al sito. Poi, categorie e sottocategorie... In realtà non c’è un sopra e un sotto, un prima e un dopo, tutto è "orizzontale" e non ci sono direzioni privilegiate, niente è minore, insomma BISOGNA perdersi. Quanto ai i contenuti che "conquistano la tua anima", non devi far altro che partecipare qualche volta, ci sono anche seminari di soli due giorni, sabato e domenica...
che bello sentire di te. che bei ricordi dei nostri due anni di ricerca. Eroidi, Elena e Paride, Parise che tutt’ora mi accompagna, la scoperta di Cesare Pavese; i giovani e i laboratori.... è stato un bel cammino io spero che sei ancora un uomo curioso, un insegnante con passione insomma, che sei rimasto te stesso. Un bacio, Julia
Con questo lavoro è impossibile non sottoporre a costante revisione il già fatto, perchè non resta niente tranne la memoria, e allora ti dico che è di conforto poter ricordare persone come te che hanno accolto e trasformato con forza quei pezzi di vita che muoiono, quegli atti di creazione che compi solo per poterli capire dopo, a volte molto dopo...
in conclusione
Lo trovo molto efficace, lineare, facile da consultare, tranquilizzante… Giorgio
(01/11/11)
(studio, lavoro)
pedagogia teatrale, di questi tempi
(11/10/11)
Cara Paola,
ecco qua la “nota personale” sulle attività e sui corsi di Studio Orale che mi hai chiesto per il tuo sito www.paolamorettiteatro.com.
Vedo in giro montante una crisi delle accademie. Alla vecchia moltiplicazione di corsi scuole laboratori, che indicava, oltre a un mutamento del mercato del lavoro, anche un mutamento di fisionomia del “fare” - il teatro non si fa ma si insegna; e da parte del pubblico, simmetricamente: il teatro non si guarda ma si fa - si aggiunge adesso una forte flessione degli allievi nelle scuole a pagamento, con un’esplosione di richieste in quelle gratuite.
Tutti e due brutti segni.
La crisi economica non spiega tutto, ed è sintomo, non causa, di una crisi di contenuti, di una crisi delle cose un tempo necessarie e ora non più. Brutti segni di chiusura e scollamento dalla realtà, da parte delle accademie; di una genericità e debolezza delle ambizioni - ambizioni prive di progetto - da parte dei richiedenti. Genericità e debolezza che spiegano da un lato il non essere disposti a pagare per studiare - ma spesso se non comprano, la merce è scadente semplicemente - e che dall’altro trasformano i provini di ammissione nelle scuole pubbliche in “adunate degli zombie” come per un reality.
Evidentemente le cose necessarie oggi sono altre, e il teatro va cercato altrove. Perché esso, da almeno mezzo secolo, “va cercato”, non è lì dove sembra che sia o dove dice di essere. Infatti alla crisi delle accademie non corrisponde una simmetrica crisi del teatro fatto. È una cosa che percepisco da molti anni. Nei convegni e negli interventi, da quando mi occupo sistematicamente di pedagogia teatrale, lo dico sempre: il teatro non è in crisi. Ne parlo anche nel Gallo di Fedro. A guardare il fenomeno del teatro di base - così si chiamava una volta - coi vecchi occhiali del teatro d’arte, esso risulta incomprensibile, “invisibile”.
Ma quel teatro c’è. È improntato a processi di autopedagogia, a manifestazioni di autorappresentazione “orale”, di poesia flagrante e non mediata, di “scrittura diretta” ecc. Ed è privo di modelli. In questo è fenomeno del tutto novecentesco, cioè rivoluzionario. (Questo è stato il novecento, rivoluzione, e questa fretta di archiviazione è del tutto sospetta, perché chiama “nuovo” la restaurazione…).
È possibile una pedagogia teatrale per questo stato di cose? Nelle accademie si accumulano “esperienze”, sequenze di stage intensivi che si annullano a vicenda, non si ha il coraggio di dare prospettiva; oppure si moltiplicano discipline, all’insegna del non solo e del quant’altro, con nomi sempre più fantasiosi ed improbabili, educazioni simultanee di questo e di quello, l’allievo fatto a pezzi sul tavolo di un teatro anatomico, i pezzi messi in una scatola di montaggio, l’allievo-ikea, lasciato poi da solo a “rimettersi insieme”.
È possibile una pedagogia “unitaria” per la pluralità dei teatri possibili? Unitaria, non univoca…
Non credo che esista una formazione per attori che possa prescindere da un’idea di teatro o da una forma di dramma. Non credo sia possibile insegnare a recitare in modo neutro e indifferente. La domanda vera è “quale teatro, quale dramma, quale attore…”
Insegnare è semplicemente affiancare l’esperienza dei più vecchi alla personale ricerca dei più giovani. Questi devono essere liberi di scegliere i propri percorsi, essere maestri di se stessi, con l’esperienza dei più vecchi a portata di mano, per potersene avvalere se solo lo chiedono (e solo se lo chiedono).
Questo è tutto, Paola.
Studio Orale parte da qui.
Un saluto affettuoso,
Salvatore Cardone
amare, lavorare
Caro Alessio,
mi avevi promesso qualcosa per il sito. Hai letto Pedagogia teatrale, di questi tempi?
Caro Salvatore,
è da tanto che sostengo pure io che il problema della formazione è che non si capisce bene lo "a che cosa" l'attore debba essere formato, visto che il teatro, come dici tu, va cercato (segno che non è lì in bella mostra, evidente a tutti). Io da parte mia credo che da una parte esistano agiri scenici più competenti (professionalità) e meno competenti (amatorialità). CREDO in questo. Credo che chi faccia tanto teatro e lo faccia ponendosi domande sensate, sia in grado di produrre risultati migliori sulla scena di chi non fa teatro regolarmente, o chi lo fa con maestri casuali. Il problema è che il fare più teatro è quasi, ormai, un accidente fortuito e non più il risultato di scelte di vita "professionalizzanti", perché non esiste più una struttura professionale teatrale. Ne seguono una serie di corollari, ma te ne scrivo un'altra volta.
Provo a continuare per qualche altra breve frase... Stando al presupposto di cui sopra, della differenza tra amatorialità e professionalità, Sasà, io non sono d'accordo con te sul fatto che il teatro debba essere solo vivo. O meglio, quella è la precondizione perché sia. E, da sempre, è assai più difficile essere vivi quando il teatro lo si fa da professionisti che quando lo si fa amatorialmente. Il problema però è che la sfida con la vita in scena, quando è affrontata e vinta da un attore professionale (e non necessariamente professionista - ma se non lo è è solo perché ha soldi: Stanislavskij, ad esempio, era professionale senza essere professionista, perché i soldi li aveva a prescindere dal fatto se lavorasse o meno), porta a risultati artistici superiori. Per tali intendo performance che abbiano una ricchezza, una complessità, una profondità, un coraggio, un'eleganza, una forza maggiori di quanto non possa avere la performance di un non professionale. E questa storia della fragranza della poesia che cogli qui e lì non mi convince. O meglio, mi convince, ma non mi soddisfa. E quindi il teatro è solo se è vivo. La vitalità dell'atto teatrale è solo un presupposto (di difficile raggiungimento!) di base ad un atto scenico estetico, e cioè -in base a una definizione totalmente estemporanea e arbitraria - ad un atto in grado di comunicare pensiero complesso ed emotivamente carico. Sto nel teatro perché cerco l'atto estetico. La pedagogia teatrale mi serve a mettere i presupposti per quest'atto. La pedagogia, anzi la psicagogia che tra gli altri mezzi usa il teatro per me è altra cosa, assolutamente degna!, ma diversa dalla pedagogia teatrale.
Negli atti psicagogici e/o di pedagogia civile generica che usano il teatro si incontrano momenti di "fragranza poetica". Sono spesso molto toccanti. Ma servono a chi li fa e non istaurano un contatto tra chi fa e chi produce.... E' una variante molto "Teatro creativo", proltkul't e Kerzhenev o Fuchs.... Il teatro come espressione, fatto per chi lo fa.... Ed è una situazione che ormai tende ad essere ampiamente maggioritaria. Il teatro di base. Ma ha a che fare con la "CRESCITA" e non con la "formazione". Crescita del cittadino, crescita dell'uomo, non educazione all'uso di uno strumento complesso.
Detto questo, Sasà, sono ad un empasse. Per la ragione semplice che dopo aver indicato perché il mondo non è come dovrebbe essere, non sono assolutamente in grado, né ho la presunzione di farlo, di indicare al mondo (!!!!) quale via sarebbe giusto percorresse. Il concetto è semplice: la professionalità si fa con il tempo e con l'attenzione; tutto il mondo in cui viviamo è basato sulla disattenzione, sulla superficialità, sulla fuggitività del contatto, sul "dinamismo" dei rapporti sociali (mobilità, che poi si è trasformata in precarietà), sulla velocità della produzione, sull'effetto veloce, sull'istantaneità dell'evento, sull'Evento, ecc. Non sto ad analizzare il perché, è così e lo sappiamo tutti. Quindi la mia idea di teatro professionale è assolutamente fuori dalla realtà e io lotto come quell'idiota di Don Chisciotte e non mi sento affatto nobile, ma solo un tantinello cretino e incapace di elasticità... Ma tant'è, la fede è fede, l'abito mentale si cambia con fatica ad una certa età. All'interno di quest'idea di teatro professionale c'è ampio spazio per delle PEDAGOGIE UNITARIE e cioè coerenti e chearticolino uno sviluppo graduale ed efficace delle capacità innate ed acquisite dell'autore sino ad avvicinarlo alla professionalità... e nota bene che io parlo al plurale, diverse pedagogie unitarie... Ma appunto, in questo quadro produttivo del teatro, al giorno d'oggi tutto questo è solo utopia. E quindi insensatezza, perché non si poggia su uno sviluppo possibile e, in definitiva, non vedo sviluppi possibili. D'altra parte, Sasà, il mio pessimismo mi sebra analogo e speculare al tuo ottimismo, che mi pare generico e utopico quanto il mio pessimismo. La realtà è, appunto, che il teatro è da cercare e che lo si trova a spizzichi e bocconi (come si dice da noi a Roma) e insomma, a ché girarci intorno?, non esiste. Perdura la sensazione di essere un mastro che aggiusta orologi a pendolo nell'epoca in cui tutti per guardare l'orologio tirano fuori di tasca il cellulare....
Con affetto pari all'incocludenza di questo mio intervento (da te colpevolmente sollecitato).
Alessio Bergamo
labor, studium
Caro Alessio,
la polarità "professionista v/s dilettante" è, nel teatro italiano, in realtà molto antica. Erano dilettanti tutti gli "accademici" rinascimentali, che "inventarono" il teatro moderno (artista e inventore - questa parola avrà poi un senso tutto scientifico - era allora dire la stessa cosa, Leonardo docet: la perniciosa separazione avverrà di lì a poco...). Dallo stesso lato trovi il teatro "erudito", cioè di intellettuali al cimento. Da Ariosto a Bruno. Sull'altro versante, la nascita del professionismo con l'Improvvisa. Tra i due territori, contaminazione e travasi.
Risale ad allora, ma arriva al novecento, passando per Alfieri e D'Annunzio e Pasolini. Tutti e tre si scontrarono col professionismo e teorizzarono o auspicarono o praticarono un teatro di dilettanti. Pirandello, insieme a molti, pagò un bel prezzo per l'estraneità al professionismo del suo progetto. Il lavoro pedagogico di Luigi Rasi e Silvio D'Amico hanno a che fare con questi contrasti: l'antica italiana produceva arretratezza e immobilismo, e andava combattuta con la creazione di attori "moderni". Ma la troppo sommaria liquidazione dell'antica italiana ha prodotto non pochi guasti. Lì c'era un segreto (“antico” appunto...) che forse è andato perduto.
Come vedi i dilettanti sono in ottima compagnia. E d'altro canto i professionisti hanno ascendenti di prim'ordine: antica italiana, commedia dell'arte…. Tirare una riga troppo netta è impossibile, cercare di farlo è dannoso.
Io preferisco un'altra distinzione, quella tra professione e mestiere. Qui, una sapienza e dei saperi, indipendentemente dal fatto che si traduca in lavoro. Lì, un “prestar l'opera” indifferente al progetto e ai contenuti ("sono un professionista, faccio tutto..."), che rischia di essere contro natura, contro la natura dell'attore (che non è solo storia...): il fatto teatrale è anche la persona stessa che lo fa: l'attore indifferente, l'attore neutrale - il professionista tende a questo... - è a rischio alienazione o insensatezza. Ora, la sapienza e i saperi del mestiere possono appartenere ai "dilettanti" a pieno titolo. D’altro canto l'approssimazione dilettantesca alligna spesso, molto spesso, nel teatro dei professionisti (lo dico da testimone diretto e lavoro coi professionisti da più di trent'anni...).
Due precisazioni.
All'espressione "pedagogia unitaria", ho aggiunto nel testo "unitaria, non univoca". Quindi plurale. Qui siamo del tutto d'accordo. Con l'auspicio di una "pedagogia unitaria" intendo denunciare i guasti di un diffuso spezzettamento delle tecniche. Ma questo nel testo è molto chiaro. Il processo recitativo è uno. Ed è unico. Quindi plurale, perché diverso in ciascun attore.
C'è poi c'è un equivoco molto divertente. Ho scritto FLAgranza, non FRAgranza. Flagranza, e cioè azione che avviene davanti a testimoni. Poesia flagrante, atto estemporaneo: siamo alle radici della poesia e della conoscenza: oralità...
Ma il lapsus è bellissimo, profila l'immagine di un teatro profumato nella sua freschezza, innocente e aurorale... Non dicevo questo, e aggiungerei "purtroppo". La mia “arcadia”, come per Will, è molto “amara”. L'utopia non credo che passi da qui. L'utopia è imperativo morale. L'utopia è parresia. E se diciamo tutto, fino in fondo, non c'è che da essere pessimisti. Pessimisti, non immobili.
Un caro saluto,
Salvatore
Leopardiano, come sempre.... Sì hai ragione è un lapsus di ignoranza e/o distrazione.... e però effettivamente credo che ogni atto creativo visto alla sua nascita abbia proprio una sua fragranza (freschezza, odore e "croccore" di pane, ecc.). Credo nel processo, nella vita in teatro.... Dicevo, appunto, che la vita è il presupposto. Sulla diatriba professionismo/dilettantismo, ti do ragione: il professionismo crea distorsioni, crea quelle distorsioni che hai indicato e che io ho ritrovato pari pari nella "arcadia" russa agognata e sognata del Teatro "Scuola d'arte drammatica", fondato da Vasil'ev (!!!) nel quale ho passato cinque settimane di lavoro tutt'altro che semplici e lisce. Io, però, parlavo di "professionalità", distinguendola da "professionismo".... Però, a parte i giochi di parole, il concetto è che per fare qualcosa di buono ci vuole tempo, tempo, tempo e impegno, impegno, impegno. E continuità, Dio caro!!!!Il che significa supporti per la vita quotidiana (soldi o case e cibo e servizi) di chi svolge questo lavoro. La società attuale tende a non elargirli. Li elargisce sempre di meno. Nega la necessità di elargirli. E' un dato di fatto. Ed è il problema fondamentale della formazione. Perché si tende a formare una persona che possa lavorare così, capace di porsi costantemente in questione, di porre in questione i suoi procedimenti teatrali (a questo serve la pedagogia teatrale!!!), ma poi nessuno al mondo gli da la possibilità di farlo nella vita.... Fine.
Un abbraccio.
A
Grazie Alessio, d'accordo in pieno, tempo e impegno, sì, io li chiamo studium, labor, e cioè travaglio e dedizione, ma diciamo la stessa cosa. Professionalità, va bene, ma anche questa è parola a rischio, se ne riempiono la bocca peraccotari diversi, genere agenti immobiliari, genere impacchettamento della sòla, chiamiamola "sapienza", con tutta l'albagia e la sprezzatura del caso.
Quanto a croccore, io la chiamo croccanza...
Grazie ancora,
s.
(in breve)
memoria
1.
...come le polaroid di Alice nelle città...
non vedo, click, non vivo, click...
2.
...scrivere o ricordare?
Calvino diceva, "una pietra sopra"...
3.
Scrivere, seppellire...
Mnemosine,
di tutte noi sorelle, madre tu...
4.
"Dimenticare,
perché i ricordi affiorino da soli",
Rilke diceva...
5.
Di(menticare)re,
di-re...”
pagina
Pagina bianca
Segni incisi impietosi del tempo
Schermo bianco
Attesa fiduciosa
Spazio bianco
Immagini della memoria
Rimandi ad un vuoto pieno di senso
Assenza del vuoto
Entra
Perditi
Non troppo
Per capire
Quanto non detto
Improvvisa
Gioca
Il mio amico fa teatro.
Da capo
(ciro gallo, 19 dicembre 2011)
democrazia
eccoli qui
la notte e il dì
appollaiati su effebì
a simulare la parrhesìa
a praticare
la solitaria - proprio così! -
democrazia
improvvisare
I
Scrittura, oralità: un groviglio
di lettere da stendere.
Teso, steso, disteso,
decontratto. Distratto.
Laterale.
Un groviglio mercuriale.
II
Il testo è mobile.
Non una traccia ferma, non un solco
scavato già.
E per sempre.
III
Il testo.
All’apparenza pietra.
Che si sgretola al tatto.
Metallo liquido,
di durezza imprendibile.
IV
Improvvisare, modellare il tempo:
azione, che il passato non sconta,
che rifiuta ipoteche.
Ex tempore.
Via di fuga insperata.
V
Uno scarto improvviso. Una mossa imprevista,
una tangente.
E l’azione svanisce.
Epifania dell’ombra. Improvvisare,
imprevedere.
VI
Il testo mercuriale,
conduttore di ombre:
fino a saperne il vuoto,
il lato buio.
VII
Improvvisare, densità del presente,
qui ed ora, da capo. Il tempo è immobile.
Buio. Luce.
Anche l’ombra svanisce.
parole
Fatti che hanno preso forma umana,
vanno protette e non taciute,
sono facilmente corrompibili, perciò
vanno cercate e dette,
tranquille e forti:
cattive intenzioni
e desideri esagerati:
parole che verranno.
"E che gli zingari rubino bambini."
improvvisare
democrazia
memoria
pagina
parole
(fratello invisibile)
ecco il testo
Sasà come d’accordo ecco il testo. Spero che ti piaccia e se ne possa fare qualcosa. In bocca al lupo per tutto quello che fai e speriamo che presto possiamo fare quattro chiacchiere da vicino come una volta.
Passa anche tu una serena estate. Abbracci fraterni.
W
ricevuto
si apre
domani sono a Napoli, lo stampo e me lo leggo
ho visto il tuo sito, non sapevo del romanzo, complimenti, ho letto le parole di Andrea, un grande
ti mando i link della pagina facebook (ce l'hai anche nella tua bacheca, fagli un pò di promozione se ti va, per quello che serve) e del mio sito: a questo dagli un'occhiata con calma, è tutto da leggere, solo parole
a presto,
s.
PS: ho scritto anch'io qualcosa, ultimamente, racconti-saggio sul mio lavoro: uno, Il gallo di Fedro, è pubblicato, te ne dò una copia appena ci vediamo; un altro paio sono in "viaggio editoriale"
quando c'incontreremo ci scambieremo le copie. Contento per le tue scritture, mi ricordo che a via Fracchia mi dicevi che anche tu avevi voglia di scrivere. Darò anch'io uno sguardo alle tue cose e spero di creare qualcosa insieme. Si Andrea Camileri è davvero un grande, anche umanamente.
Ti abbraccio forte Sasà.
W
leggere un copione
(Walter su facebook)
Leggere un copione è una delle cose più semplici. Aprire le pagine e sedersi in poltrona o altrove per sfogliare il copione e cercare di trovarci qualcosa. Si fa a tutte le latitudini, in ogni angolo della terra dove si ama il teatro, il cinema, la scrittura. In Italia non si fa. Anche la lettura di un testo teatrale o di una sceneggiatura viene effettuata solo se sei qualcuno, se conti un cazzo, se hai luce intorno a te, se appartiene a questo o a quell'altro gruppetto di compagnucci di merende e false amicizie. Tutto ciò provoca una grossa quantità d'ipocrisia scenica. Cascate di formalità attoriale che abituano il pubblico ad applaudire sempre, a prescindere se lo spettacolo funziona o il film scorre bene. Poi si va nei camerini a stringere la mano anche se non te ne frega un cazzo, perchè può esserti utile sempre dimostrare la tua falsa gentilezza e via avanti con tutte quelle stronzate che circondano il movimento artistico italiano. Io non ho mai fatto parte di tutto ciò. Da trent'anni non sono un cazzo per gli altri, ma molto per me stesso.
Caro Walter,
eccomi qua. Ho letto. Ad agosto. Poi ho aspettato un po’ a scrivere. Aspetto sempre il momento, senza fretta.
Cosa resta dopo quasi un mese?
Questa la prima prova a cui sottopongo il tuo testo. Cosa resta di tutto quello che “ho visto” un mese fa, leggendolo? Così mi piace lavorare. Lavorare sulla memoria.
Un testo teatrale non basta mai a se stesso. La stessa parola “testo” mi ha sempre lasciato perplesso. È una parola equivoca. E lo studio in accademia - per me arrivato tra l’altro dopo l’università, come sai, il che è un’aggravante… - ha contribuito a complicare l’equivoco. Ci ho messo anni per liberarmi delle rigidezze, degli ingombri, degli intralci che in accademia ci insegnarono sotto forma di “testo da interpretare”, “lettura critica del testo”, “analisi del testo”. E poi il “sottotesto”, dio mio!, scavare, scavare, ma vai a zappare piuttosto, scavare cosa?, il significato “vero”, il senso “profondo” - una scuola per palombari, per minatori, per paleontologi, a cercare le ossa sparse per poi ricostruire animali morti…, mentre l’attore è uno che danza sul filo: luce, aria. Ci ho messo anni per liberarmi, però capii da subito che qualcosa non andava in questa storia, capii subito che il teatro è tutto fuori, in superficie, un duello all’ok-corrall, sotto il sole. Luce, aria. Vian, che tu citi, era stato il mio primo saggio in accademia, secondo anno, affanculo tutte le analisi e le citazioni e i riferimenti colti e le ricostruzioni iconografiche e le imbalsamazioni che ci insegnavano quelli. Anche perché con l’analisi del testo, dopo quattro anni di filosofia, gli facevo un culo così, se volevo, e a lezione glielo dimostravo pure.
Eccomi qua, che ancora mi incazzo.
Adesso ci si son messi gli adepti della scuola russa, sempre di più qui in Italia, un’epidemia, l’asiatica, a rompere il cazzo con l’analisi. “Analisi attiva” sì, ma sempre analisi. Come se ci fosse un’analisi passiva. Per distinguerla dalla “analisi con l’intelletto”, spiegano. Come se con l’intelletto non si compiono delle azioni. Praticamente dei pazzi.
“Sintesi!”, auspicava Marinetti, altroché.
C’è molta ignoranza, approssimazione e, diciamolo, cretinaggine in tutto questo. Tu lo sai. Leggo i tuoi post su internet, brillanti, divertenti, interessanti: in pratica, le perle ai porci. Vedo, dai commenti, che difficoltà fai a segnalare lo spirito, la leggerezza, a far capire “il tono” con cui intervieni. Reazioni seriose, pedanti o cazzare: cretine.
A me me fa paura sul’ o fess’, diceva Eduardo. E all’urd’m’ se stett’ zitte, capett’ ch’a meglia cosa era ‘e se sta’ zitte.
Lo so non è politicamente corretto dire che i cretini sono cretini, in democrazia anche il cretino ha diritto di voto e di parola, e così non si distingue più, e tutti hanno ragione, perché tutti possono parlare, saltando, la gran parte di essi, un passaggio essenziale: imparare a parlare, prima di parlare; imparare a scrivere, prima di scrivere. Imparare a pensare.
Questa era la democrazia ateniese, esercizio del pensiero, questa era la parrhesìa, la possibilità per tutti di parlare in pubblico: non sono d’accordo, e ti spiego perché. Con argomenti, e cioè con la mia capacità di pensare. E invece siamo arrivati all’ultima cretinata, che internet favorirebbe la democrazia. Internet non favorisce un bel niente. Dà solo visibilità e memoria perpetua potenzialmente a tutto - la Grande Lapide Funeraria del Tutto -, visibilità soprattutto alla maggioranza rumorosa dei cretini, che prima si rincretinivano davanti alla tv in silenzio, e ora lo fanno davanti alla postazione solitaria, nell’illusione di esercitare il diritto di parola. Solitudine prima, solitudine adesso. E continua a rimetterci sempre e solo la grammatica: prima e adesso.
Una differenza: la tv era esercizio autoritario della cretineria, attraverso il prestigio che questa ne riceveva: l’ho vista in tv, quindi è lecita. Internet fa di meglio, toglie prestigio al pensiero: in quella babele di cazzate tutte orizzontali, anche un grande filosofo rischia di sembrare un cretino.
E allora ciò di cui si ha bisogno non è un tablet per partecipare al dibattito. Ci vuole anche la capacità di distinguere, dividere il grano dal loglio. Quella stessa capacità che ti permetteva, un tempo, di guardare la tv, senza diventare cretino.
Che dici, Walter, siamo diventati cretini?
Volevo commentare i tuoi post anch’io. Mi sono fermato in tempo, ed ecco che ti arriva questa valanga di parole sollecitate proprio da quello che scrivi sulla parete e che mi diverte leggere; ecco che ti arriva questa lettera-predica, che fa eco alle tue prediche-post. Il che ci dà la misura di quanto invecchiamo. Solo chi non rimane fedele al ragazzo che era, non invecchia. E tu sei fedele, ti riconosco.
Ti ho scritto per parlarti del tuo testo, in realtà, ed è stata irrefrenabile questa tangente sullo “stato delle cose” che tu stesso denunci, proprio a proposito della difficoltà di far girare i copioni, di immetterli in un circolo virtuoso di confronti, revisioni, condivisioni che potrebbero portare al pubblico manifestarsi di uno spettacolo. E invece in questo mondo di pratiche solitarie e autoreferenziali la cosa più semplice sembra impossibile.
Del tuo testo mi resta il titolo, Fratello invisibile, molto bello, un “altro” che agisce nell’ombra, in segreto, un rimosso che prepara disastri, rovine personali, esistenziali. Resta l’atmosfera di una bellezza del tutto paradossale: uno squallido, anonimo paesaggio però pieno di fascino, un luogo realmente vissuto ma anche astratto, la condensazione di una periferia di vite umane segrete e silenziose sovrapposta al deserto che assedia le strade a scorrimento veloce da abbandonare in fretta, soprattutto di notte: sembra che l’autore l’abbia visto e sofferto ben prima del suo personaggio. Resta anche il senso obbligato della colpa e la condanna, la dannazione come esito necessario di ogni vita. E resta un bell’artificio del “parlato”, un linguaggio recitabile. Ce n’è abbastanza per uno spettacolo che vale la pena.
Cosa non mi ha convinto. Mi sei parso in bilico tra un respiro breve da “clip” teatrale, fulminea e sottintesa, genere Victoria Station, e una durata da “tutta una vita”, dove a poco a poco i dettagli si accumulano a comporre un quadro un po’ più esplicito. Insomma, il “non detto” o è detto troppo o troppo poco. Se ne vorrebbe sapere di più di tutte le circostanze che hanno portato al delitto assurdo, oppure non saperne niente e restare di fronte a un rimosso che tale rimane: la tragedia è solo possibile, potrebbe avvenire ma non la vediamo; c’è stato un delitto, ma non è detto, forse è solo il male di vivere del protagonista che lo paventa come compiuto. Restano aperte nel testo entrambe le possibilità e bisognerebbe andare con decisione o in un senso o nell’altro. Nel secondo caso forse basta non far arrivare la polizia. Se quella arriva allora lo spettatore vuole sapere che è successo fino in fondo. Non so se puoi essere d’accordo, le mie sono sensazioni da regista, non da lettore.
Ecco quello che resta. Mi sembra tanto. Hai una bella mano, efficace e affinata rispetto alle due commedie, le prime, che ho letto, ma questo è ovvio. È meno ovvio che tu abbia continuato la tua ricerca. Quelli della nostra generazione li ho visti fermarsi quasi tutti sulla soglia dei trentacinque, e poi lasciarsi vivere (avevo scritto “vevere”, la vita o qualcuno se li è bevuti).
Ti abbraccio Walter,
mi ha fatto piacere scriverti e leggere il tuo testo.
s.
una solitudine conclamata
Caro Sasà,
Ho letto con molta attenzione la tua valanga di parole, tu la chiami valanga, io la chiamo VERITA', e non ho potuto altro che identificarmi in quello che dici, cose vissute anch'io negli anni e che fanno molto eco a quelle serate di chiacchiere che noi consumavamo a Via Fracchia quando in Italia c'era ancora la lira, le donne erano ancora POESIA e il tearo LIBERTA'.
Anche tu scrivi come pensi, e pensi bene e quindi scrivi bene perchè scrivere è il BENE.
Anch'io mi sono sentito tante volte ribelle verso le cose che ci dicevano alla Silvio D'Amico e per questo sono sempre stato un lupo solitario, e perciò sempre isolato anche se con molte mosche intorno; ma mosche e non persone. Neri volatili che si aggirano perennemente intorno alla mia merda dolciastra, perchè fa comodo avere uno che smerda, ma poi quando finisce il dolciastro e tutto diventa secco perchè è naturale che sia così, vanno su altre merde a rifare la solita marcia.
Quindi è una solitudine conclamata negli anni sempre con molta gente intorno e che mi ha fatto sempre di più affezionare alla scrittura e non so perchè. Attore che scrive è ancora più solo, perchè deve pensare due volte.
Perciò le tue parole sono sorelle per me.
Sopra ti ho allegato una nota del testo, breve, no valanga, perchè ho sempre meno voglia di parlare. Però sono parole che spiegano la mia anima "d'autore" che guarda caso combaciono molto con le cose che dici. Ma tu conosci chi sono stato e leggi quello che potrò essere in questo momento e in un poi...
Vero, io scrivo sempre lasciando più strade possibili, 2 o 3; anche perchè penso che il testo va scritto dal regista che lo dirige e dagli attori che lo recitano, nonchè dall'autore che lo ha partorito. Quelle cose che tu dici che andavano dette di più o non dette, e il fatto della polizia sono cose che dovrà digerire e affrontare chi dirige, insieme all'attore che vivrà la storia.
E' vero sono cose meno presenti nelle mie prime due commedie, ma che poi ho applicato nel corso degli anni agli altri testi scritti. Lascio sempre delle strade da percorrere e non impongo niente, perchè il testo deve essere di tutti.
Detto questo, mi piacerebbe chiacchierare prima o poi come ai "Vecchi Tempi", che insieme a "Victoria Stacion" e alle tante parole di Harold restano sempre amiche per me. Se putacaso questo testo vuoi farlo con chi ti aggrada, sei libero e padrone di agire. Io posso solo che esserne felice che un mio figlio sia cullato da te.
Fai come sempre il tuo cammino e non temere nessuno, perchè sei un potenziale Direttore Artistico di un TEATRO LUMINOSO e io sono il tuo fratello invisibile.
Ciao Sasà
(messaggi in bottiglia)
un anno di post
*
...ringrazio e saluto tutti gli allievi attuali e recenti per aver attivato il collegamento, Giulia Giuseppe Luigia Sara Alessandra Cristiana Eugenio Antea Donatella Andrea Davide Sara Mario Alessandro Fiorenza Andrea e il mucchio selvaggio di Compagnia DeGrada al quale auguro ogni bene, seguitene l'esempio e fatevi il vostro teatro...
*
...benedico le vostre insonnie, la vostra allegria e il vostro bisogno di poesia, abbraccio i laureati con particolare calore, per la vertigine del momento, che il loro sia un passaggio fortunato e non fortunoso, che sia accorto e imprevedibile, è questo un momento perfetto, perché avrete la misura della vostra grande forza e perché ora davvero tutto può succedere...
*
...e conto di contattarvi a poco a poco tutti, ho piacere di leggere e guardarvi e ricevere e darvi notizie (se solo capissi come funziona questo aggeggio infernale detto FB: se io ora “incollo” sopra la mia "bacheca", voi leggerete?
Datemi un segno)...
*
Per l’allieva danzatrice
che studia filosofia,
il connubio perfetto.
*
Sul diario di Paloma,
ammazzeremo il vitello grasso...
*
Pazzia,
nella lingua di Eduardo,
“un folle gioco”.
*
Per il 2012, lettera p,
poche parole dedicate "Al Principe",
da Pasolini:
poveri, pane, poeti, pace.
*
...giuro che guarderò a uno a uno tutti i vostri profili Niccolò Giulia Simona ancora Giulia Pierfrancesco Alessandro e vi ringrazierò a uno a uno Alexandra Valentina Jessifer Francesco Gianleo anche se torno a casa alle ventuno ora solare Réka Marielle Vincenzo Sonia e c'è da dedicarsi a occupazioni consuete Angelo Rossella Valeria Joele, ma anche così tu parli a qualcuno e qualcuno ascolta, come a lezione, più o meno attento più o meno distratto, Giovanni Elena Chiara, e non è detto che quelle parole Dimitri Federica Giannina, debbano giungere a destinazione, Roberta Francesco.
Non subito almeno.
E poi tu le hai dette:
messaggio in bottiglia per l’etere in rete nel mare di facebook.
*
E dopo le ventuno,
tutti gli "amici" si accoccolano in chat.
*
Un ultimo dubbio:
le "polpette Ikea" te le monti a casa?
la caduta
*
Mi piace chi stamattina ha scritto: "CAMPIONI DEL MONDO! CAMPIONI DEL MONDO! CAMPIONI DEL MONDO..." E poi chi ha scritto: "Tutti a festeggiare senza ben guardare."
*
E anche mi piace chi ha scritto stamattina: "E comunque, bastava non votarlo..."
*
Sovranità... C'è una sfiducia a volerla esercitare: chi mi rappresenta?, dicono tutti. E così rabbia e impotenza diventano tifo da stadio, spostato dagli stadi sotto i palazzi.
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C'è molta politica da fare, informare, non solo informarsi...
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Ho sempre trovato consolazione grande nelle verità spiegate una volta per sempre da Shakespeare nel Coriolano. E ho sempre pensato, fin da bambino, che sotto i palazzi quelli che ieri acclamavano e oggi vorrebbero linciare, fossero gli stessi, ma proprio loro. Non ho cambiato idea.
*
Un mese dopo, tutto domenticato?
Newsweek del 21 novembre, titolo di copertina:
"Solo un vecchio ciarlatano qualsiasi".
Finiti i caroselli dei tifosi, la domanda vera, che rimane inevasa, è:
quale strategia d'uscita ha concordato?
default
*
Il processo di unificazione europea, sta avvenendo nel peggiore dei modi. L'Italia visse qualcosa del genere 150 anni fa, con non pochi guasti, e adesso il sud è l'Italia tutta intera.
*
"Sacrifici, o l'Italia rischia", così stamattina i giornali...
Qualcuno ricorda "Non ti pago!", di Eduardo De Filippo? Quello è il default. Qualcosa in bilico tra la tragedia e la farsa. Non l'apocalisse... Il protagonista DEVE pagare. Ma si ribella, perché sente la cosa ingiusta fin sotto pelle. Non ti pago, vediamo che mi fai... Quello è il default, una tragedia sì, ma solo per i creditori. Per quelli che hanno solo debiti, debiti che altri hanno fatto per loro, poco cambia. "In un modo o nell'altro soffrirò lo stesso."
*
"Bisogna smettere di guardare con fiducia al passato. I vecchi si ripetono, i giovani non ascoltano e la noia è reciproca", pochi secondi fa, ad un telegiornale, un vecchio saggio.
*
"L' Unione non può sopportare, senza autoaffondarsi, di buttare dalla nave gli Stati deboli, o i partiti e movimenti che chiedono un'Europa differente. Troppo grande e distruttiva è la stanchezza generata dal vuoto di alternative. Troppo spaventosa la collera che ti fa dire, con Rilke: « Alle somme indicibili aggiungi te stesso, e distruggi il numero »." Stamattina, su un giornale, una lucida pensatrice.
derubati
*
Quando misureremo il benessere di un paese guardando le facce di chi incontri per strada?
Ho visto solo zingari felici...
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Un’amica dice a uno straniero che gli chiede un aiuto, come una rivelazione, ma con allegria: “Nun c’avemo più sordi…” Domenica uno di colore, simpaticissimo, mi ha detto, "sono incazzato bianco!" Abbiamo riso e chiacchierato. Preso dall'entusiasmo mi ha detto a un dato momento che, dal naso, io ero africano. Gli ho detto che era vero. E così si è messo a parlare napoletano. Giuro, è andata così. Non ostante la brillante recita sapientemente inscenata, alla fine lo stesso non ha ottenuto da me alcun obolo, ma io ho perso l’allegria, lui no...
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Un amico scrive: "Ho appena finito di aggiustare la caldaia, e pure l'autoclave. Poco fa ha chiamato Salvatore per farsi aiutare a scaricare un pdf, come quando ci si telefonava per i compiti... Sono felice di percepire la gioia che esistiamo ancora". Grazie, amico mio. Occuparsi della felicità è atto politico primario. È l'unica arma che abbiamo, è nostra e va affilata. Dobbiamo SAPERE cosa ci fa felici. Forse non è ancora il momento di combattere, ma che le armi siano appuntite, quelle che abbiamo...
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“…il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro ma il derubato che piange ruba qualcosa a se stesso perciò io vi dico finchè sorriderò tu non sarai perduta…”
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A quando una classe dirigente preoccupata del piacere dei singoli come del più efficace motore del benessere ECONOMICO di una nazione? E quando avremo un welfare che garantisca a tutti questo diritto al piacere? "E' per le cose superflue che noi viviamo...”
felicità
*
C'è chi trasmette con i gol allegria, certi grandi addirittura ilarità (è raro), e poi stupore o appagamento, ammirazione o rabbia. I gol di Cavani sono la felicità.
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Non la parola squadrata per dire felicità,
e la ragazza allieva risponde così:
la cattedra, una sedia,
capelli folti e bruni,
cappotto rosso...
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Andata. Il tram e la metro arrivano subito. Colazione in stazione, con calma, baristi gentili e veloci, incredibile a dirsi. Posto comodo in una vecchia prima declassata. Bagaglio e soprabito ben sistemati. Anche il tempo di fumare prima della partenza. Ma la felicità arriva solo quando, finalmente seduto, ti accorgi che avevi il maglione al contrario.
*
Ritorno. Il trenino è soppresso, farò tardi. Allora a piedi. Altra stazione lì vicino, altra linea. Stavolta il trenino c'è. Però non arriva. Poi arriva, strapieno di gente rassegnata. E va troppo piano, non si scende e non si sale. Intercity partito da un minuto, il prossimo tra due ore. Al bar dei ferrovieri la brioche era calda, e il caffè costava la metà.
*
Cinque giorni fa una lezione di recitazione a maggioranza maschile. È questa la felicità del pedagogo?
per l'inaugurazione di Studio Orale
INVITO
Cibo, vino, poesia: per l'appunto, oralità...
L'ATTORE-IKEA
Si accumulano “esperienze”, sequenze di stage intensivi che si annullano a vicenda, non si ha il coraggio di dare prospettiva; oppure si moltiplicano discipline, all’insegna del non solo e del quant’altro, con nomi sempre più fantasiosi ed improbabili, educazioni simultanee di questo e di quello, l’allievo fatto a pezzi sul tavolo di un teatro anatomico, i pezzi messi in una scatola di montaggio, l’attore-ikea, lasciato poi da solo a “rimettersi insieme”…
IN VIAGGIO
"Oggi il teatro è plurale. E non perché non valgono più i vecchi modelli di dramma e di pubblicazione. Non si tratta ormai di rinnovare o reinventare qualcosa che non c’è più, o condurre una qualche battaglia tra base e istituzioni. Gli eserciti sono in rotta e il campo è in rovina. C’è solo da raccogliere un personale bagaglio, trovare compagni di strada e ricominciare il viaggio. Sta già accadendo. Basta guardarsi intorno."
IN CODA
Ringraziamo tutti quelli che ieri sera hanno giocato con noi (e mangiato, bevuto, ascoltato, parlato, recitato...)
Per tutti gli altri ci sarà occasione.
grandi sceneggiatori americani
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LUI (a lei, rassicurante): Vedrai, dirà di sì quasi senza accorgersene...
LEI (a lui, innocente): E se dicesse di no... accorgendosene?
(da "Viaggio al centro della terra", 1959)
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LUI (a lei, durante un allenamento): Nella boxe devi spesso fare tutto il contrario. Per un colpo vincente a volte devi indietreggiare.
(da "A million dollar baby", 2004)
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UOMO: Quando vi sposate?
DONNA: Quando sarà in grado di stare in piedi.
UOMO: Allora molto presto. E' già seduto.
(da "L'uomo di Laramie", 1955)
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UNO: L’ha conosciuta?
L’ALTRO: Sì. Voleva sedersi sulle mie ginocchia mentre ero in piedi.
(da “Il grande sonno”, 1946)
distrazione di massa
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Salvato un deputato dalla giustizia ordinaria, inammissibili i referendum della speranza, ucciso un vigile urbano con un SUV. Lo stesso giorno dieci giorni fa. Nessuna reazione da questo osservatorio addormentato.
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Dopo gli osceni mantra del "patetico pagliaccio" (Newsweek), gli algidi mantra del decoroso professore: spread, default.
Il risultato non cambia: l'uditorio depresso, la nostra vita in ostaggio.
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Ci vorrebbe un Marcuse che sappia scrivere, oggi, una "Critica della società depressiva". Cambia una sillaba, e migliora l'efficacia del controllo sociale.
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Alla repressione un tempo si reagiva in nome della libertà. Ma alla depressione? Qualcuno capisce che c'è da reagire solo in nome della felicità?
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Se speranza dev'essere, che non sia di inutile rabbia, più inutile di questi inutili post.
più di qualunque oscar
Anna, nei camerini di Medea, sta rispondendo ad un’intervista, qualcuno la interrompe, Anna ascolta e tace. "Non lo sai neanche tu. Non lo sai neanche tu. La forza fisica, la voce, la spontaneità dei gesti. Non lo sai neanche tu quello che hai fatto stasera. Io non vado mai a teatro, tu lo sai, mai, se non per recitare. Faccio eccezione solo per vedere te." E qui Anna Magnani bacia Eduardo.
(postazione solitaria e infibulazione intellettuale)
ricevo l'invito
Ricevo l'invito a partecipare al Convegno TeatroCentroCittà (Bologna, 17 luglio 2014) organizzato in occasione del ventennale del Teatro dell'Argine, compagnia che diressi per i primi sei anni. Tutti gli interventi si basano su un questionario intorno al seguente tema: “Come favorire la frequenza dei luoghi di cultura da parte dei cittadini, ovvero come far entrare la cultura nella vita quotidiana delle persone”, con l'obiettivo di proporre nuove pratiche ed esperienze. Di seguito le mie risposte.
fondi
Se avessi a disposizione fondi illimitati per risolvere la questione, come li spenderei?
La “risorsa illimitata” è una formulazione antieconomica, un ossimoro. La risorsa è limitata per definizione, ed è virtuoso che sia così. Il limite è un valore, perché impone un criterio di priorità. La domanda vera, sottintesa, è: quali sono le tue priorità? Robinson Crusoe, homo oeconomicus, dispone, in un certo senso, di risorse illimitate. C’è un limite spaziale - l’isola stessa - ma è un limite virtuale. Robinson, in realtà, dispone di tutto quello che vuole. Il limite vero, che rende economiche quelle risorse, è la forza lavoro di un uomo solo. Robinson è costretto, per questo limite, a rendere ordinato, ogni suo atto produttivo. Questa sua solitudine, però, dà valore a un’altra risorsa, questa sì illimitata, se non dalla morte: la risorsa-tempo.
Una comunicazione atta ad estendere il pubblico, tipica delle attività commerciali, è per natura di breve durata. È priva di tempo, in un certo senso. Si esaurisce nel momento del suo manifestarsi. Può essere solo ripetuta, insistita, fino a saturarsi, e a diventare inefficace. Crea una sorta di fretta, che si trasmette all’artista e alla sua opera, costretto a bruciarla in successione, per offrire un altro oggetto alla prossima comunicazione.
In realtà è lo stesso atto artistico, è la sua opera che è “comunicazione” e, in quanto artistica, comunicazione imprevedibile, cioè non conforme a modelli. La separazione tra opera e comunicazione non porta molto lontano.
Bisognerebbe agire non solo sulle opere, ma anche sui giorni, come insegna Esiodo, sui ritmi stagionali, sul fatto che il tempo passa, ma ritorna, uguale e diverso, ciclicamente. Bisognerebbe agire sui ritmi della vita.
Io investirei sul tempo. Investirei risorse su una ventina di Robinson Crusoe e gli direi: “Avete tutto il tempo che volete. La vostra missione è: cambiate la vita di questa città”.
spazio
Se avessi a disposizione lo spazio dei miei sogni, come sarebbe fatto? Quali servizi offrirebbe? Che offerta culturale promuoverebbe? Insomma, cosa ne farei?
Se l’arte è conoscenza, è di questo che dovremmo parlare: di “spazi della conosenza”. È la loro stessa conformazione che produce un pensiero con caratteristiche e procedimenti peculiari. Perché Zenone prediligeva un portico dipinto e Epicuro un giardino? Era il loro solo un problema di location? Le scuole di pensiero erano prima di tutto luoghi, e questi luoghi definivano quelle scuole. L’Accademia platonica era un sistema di orti, che potremmo immaginare fatti di viali e di silenzio. Il Liceo aristotelico era una passeggiata circolare intorno a un tempio, c’era Apollo in ascolto da quelle parti. In quel momento la filosofia – letteralmente, processo di conoscenza, ricerca della sapienza filo-sofia – conservava ancora ampie zone di coincidenza con la poesia, con la conoscenza poetica. La poesia prima di arrivare a malcelare la sua natura pedestre, era una pratica pedestre. Si trattava soprattutto di camminare, in filosofia come in poesia, di muovere i piedi, e con i piedi il corpo. Per camminare c’era bisogno di spazi.
La conoscenza in quanto spazio è esperienza. La conoscenza in quanto esperienza è oralità: conoscenza flagrante, testimonianza. Nel disegnare uno spazio dobbiamo capire che esiste prima la cosa. Esiste prima l’esperienza corale e la necessità di trasformarla in rito politico, poi si costruisce il thèatron intorno ad esso, perché c’è qualcosa da guardare. Perduta l’arte della memoria, esiste prima la necessità di trasmettere i testi per iscritto, poi nasce la biblioteca, perché c’è qualcosa da conservare. Qual è l’odierna necessità? Per rispondere mi interrogherei, come detto, non sullo spazio, ma sulla “cosa”: lo spazio viene dopo, sennò continuiamo ad aggiornare architetture ottocentesche, pensando ad un pubblico c h e g u a r d a (thèatron), laddove forse dovrebbe fare qualcos’altro.
In realtà lo spazio della conoscenza a noi contemporaneo esiste già, ed è “la postazione solitaria”, figlia della lettura silenziosa: in questa si esercitava un’oralità virtuale, con spazi enormi per l’immaginazione, perché chi leggeva conservava tutte le attitudini all’esperienza orale; in quella si aprono voragini inquietanti di passività, inscatolata nelle forme della iterazione compulsiva, apparentemente attiva, che conculca il corpo e il piacere.
Lo spazio dei miei sogni è provvisorio per programma, perché non c’è, se non in quanto oggetto di ricerca; è uno spazio diffuso, non centralizzato, che utilizza architetture preesistenti, quali che siano – uffici postali, ospedali, pompe di benzina – purché non siano teatri. E qui c’è lavoro per i miei venti Robinson Crusoe, di cui dicevamo.
pubblico
Interessa agli artisti parlare agli uomini e alle donne loro concittadini? Come hanno trovato e trovano i canali per farlo, senza rinunciare alla libertà e alla qualità della loro espressione artistica?
Ho già negato l’opportunità di una comunicazione parallela che promuova l’opera. È l’artista stesso che deve produrre questa comunicazione, senza demandare ad altri con un’azione aggiuntiva. Al suo pubblico deve parlare solo lui. È un problema che gli artisti si sono posti fin dal Romanticismo. Del resto per gli attori, in un certo senso, il problema non esiste. Un attore che non parla al suo pubblico è come un etto di spaghetti che pretende di cuocere senza l’acqua. È il pubblico che fa lo spettacolo insieme a lui. È possibile recitare di fronte a una platea completamente vuota? No. Ma anche sì. Quando accade, o si sta facendo qualcosa che andava evitato del tutto, o sta avvenendo qualcosa di importante. Tutti ricordano il caso della Serata Ionesco a Parigi, con quegli attori che per settimane continuavano a recitare senza pubblico, finchè il teatro non si riempì, e fece il tutto esaurito per anni e anni. È accertato che in quel teatro stava avvenendo qualcosa di importante.
Senza pubblico non si dà teatro, ma anche senza questo sbilanciamento. La mia risposta, nella pratica, è privilegiare i procedimenti e le circostanze dell’oralità nella sue forme più essenziali, nei suoi protocolli più estremi. Ma anche in sede politica si può fare molto. Non si tratta di “portare la poesia al popolo”, per dir così, c’è da creare le condizioni, attraverso una serie di operazioni, che sono soprattutto di economia politica, perché tutti possano “arrivare alla poesia”: credo che oggi più che mai sia necessaria una “politica pedagogica”.
scuola
Oltre a organizzare le care vecchie matinée, quale ruolo può giocare la scuola in questa questione?
La scuola può giocare un ruolo se non insiste troppo sulla professionalizzazione dei curricula; se inverte la tendenza in atto a separare e moltiplicare le discipline a favore della complessità e della transdisciplinarietà; se restituisce centralità al corpo, e cioè all’oralità, nei processi di conoscenza.
Quello che sta avvenendo oggi è qualcosa forse di più grave del “genocidio culturale” di cui parlava Pasolini negli anni settanta. Siamo di fronte a una sorta di infibulazione intellettuale, di menomazione. E sta avvenendo prima di tutto nella scuola, dove si riducono gli spazi per l’oralità, a cominciare dalle esposizioni estemporanee delle cose studiate, sostituite da test scritti a risposta multipla per conseguire il voto “orale” (corruzione delle parole…); dove si riducono gli spazi per gli studi umanistici, da sempre allenamento alle parole, e cioè alla formazione del pensiero; dove si riducono gli spazi per la storia dell’arte e per la storia, un tempo trasmessa ai bambini come narrazione mitica prima di diventare disciplina da approfondire, oggi sfumata in discipline immaginarie (cos’è la geostoria?), atte solo a ridurne le ore di studio; ma soprattuto si riducono gli spazi per una grammatica degli affetti un tempo allenata su un rapporto emotivo e fisico – poesie a memoria, lettura ad alta voce – con gli autori, sottoposti ormai a tassonomie atte a classificare i testi più che a viverli.
È un processo che si trasmette alla società tutta: conculcare, eliminare il corpo dai processi di conoscenza significa eliminare il piacere ad essi connesso. Lo avevano capito, profeticamente, Leopardi e Brecht.
Quanto alle attività teatrali che nella scuola si aggiungono al curriculum, io temo che queste si riducano ormai ad azione testimoniale, a una battaglia di retroguardia, che mette un recinto “generico” all’oralità e alla conoscenza poetica, programmata, nella migliore delle ipotesi, ai margini, mentre al centro si sta giocando un’altra partita.
internet
Al di là della funzione promozionale, ormai riconosciuta dai più, che ruolo possono avere internet e i social media?
Su intenet e i social media bisogna dare una risposta netta. Non possono avere nessuna funzione. Perché internet e i social media confermano quello spazio che ho già definito della “postazione solitaria”, costituzionalmente estraneo a processi di conoscenza basati su un’esperienza condivisa qui prospettata. Perché internet e i social media creano uno spazio e una comunicazione paralleli che si esauriscono in se stessi e di cui ci si sente appagati: si sa come funziona, uno scrive “partecipa” e poi non partecipa. Nel creare questi eventi “a partecipazione nominale” si può anche fare qualcosa di molto carino, di molto divertente, di molto creativo, di molto artistico. Ma al fine di una conoscenza flagrante, testimoniale, rischiano di essere più un disturbo che un aiuto.
barriere
Quali sono le barriere urbanistiche, architettoniche e procedurali che circondano la cultura e quali possono essere gli strumenti per abbatterle?
La “postazione solitaria” è figlia soprattutto di città invivibili, o in ogni caso, è predisposizione a una rinuncia. Quando parlo di spazio diffuso e di riutilizzo di architetture preesistenti, parlo di quell’azione poetica che crea disabitudine, che rende inusuali luoghi e spazi abituali. Questo è il teatro. Le barriere ci sono, sì, e sono soprattutto barriere culturali. Se noi alleviamo generazioni di cittadini incapaci di riconoscere il piacere nei processi di conoscenza, annientiamo i presupposti di una vita, di una città diverse da queste assurde che ci siamo costruiti.
territorio
Esiste una biodiversità tra i territori della quale tenere conto nel fare proposte culturali ai cittadini? Come la scopriamo e la mettiamo a frutto?
Artisti, uomini, territori: siamo tutti diversi. Chi può dire da prima qual è la cosa giusta da fare in quel territorio o qual è il territorio giusto per la cosa che vuoi fare? I territori vanno vissuti, attraversati, conosciuti. Vanno “creati”, in senso artistico, prima ancora che trasformati in senso urbanistico. Ogni anima è una combinazione unica di “atomi” – biografie, linguaggi, desideri – non ce ne sono due uguali. Ogni atto artistico è a sua volta unico per definizione, per definizione prescinde da modelli, magari li crea per smentirli la volta dopo. Quando l’incontro si crea è perché c’è stata come una sorta di “sociologia naturale” o di chimica spontanea, che non ha bisogno di ricerche sul campo in senso tecnico. Se queste vanno fatte, devono corrispondere ad una inventio, per usare una parola cara alla poetica antica, parola creativa fin dal suo etimo: raccolta, archivio dei luoghi (tòpoi<) e dei materiali: archivio dei mondi possibili.
la parola che manca
Qual è la domanda che manca in questo questionario?
Manca del tutto, e non per caso, la parola “teatro”. Ha qualche senso aggiungerla qui e all’ultimo? Per la mia pratica pedagogica mi accorgo da tempo che la parola funziona quando la uso come una favola, coma una cosa che si faceva tanto tempo fa e oggi non si fa più, una cosa di marziani, una cosa “dell’altro mondo”. Una parola che rimanda a un mito da introiettare o a un’utopia da desiderare..
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